La Storia dell'Istituto Pontano

La Nostra Evoluzione nei Secoli

“Il Nostro Impegno per un
Cammino Solido verso il Futuro.”

Il Fondatore.

Il primo collegio

Napoletano della Compagnia di Gesù sorse nel 1552; da quella data l’impegno educativo dei gesuiti ha attraversato i secoli. Dopo le vicende che portarono all’Unità d’Italia, il 13 novembre 1876, aprì per la prima volta i suoi battenti, a Napoli, presso Piazza s. Gaetano, nella sede provvisoria del palazzo Pianura, a Vico Cinque Santi, n. 23 l’Istituto Pontano.

All’inizio

Fu davvero un esordio modesto quello, un inizio sofferto e difficile tra ostacoli e contrasti ed opposizioni.
Nel 1922 l’Istituto fu trasferito nel settecentesco palazzo Cariati appena restaurato.
Nel corso degli anni il Pontano ha formato uomini e donne che si sono distinti nel mondo artistico, economico, scientifico, letterario, giuridico …

Ma andiamo per Gradi...

Il 13 novembre 1876, aprì per la prima volta i suoi battenti, a Napoli, presso Piazza s. Gaetano, nella sede provvisoria del palazzo Pianura, a Vico Cinque Santi, n. 23 l'Istituto Pontano. Fu davvero un esordio modesto quello, un inizio sofferto e difficile tra ostacoli e contrasti ed opposizioni. In verità quando un qualsiasi movimento o una qualsiasi istituzione hanno dietro di loro una persona capace di interpretare le istanze sociali che emergono da una particolare situazione storica, ed attenta a recepire i mutamenti e i segni dei tempi che corrono e si evolvono, per adattarsi e camminare con essi, allora non c'è ostacolo che tenga: quel movimento, quella istituzione vanno avanti con forza inarrestabile. Il Pontano, quella persona attenta e capace, intelligente ed energica l'ha trovata nel suo fondatore che porta il nome di Nicola Valente S.J. In una città di 500 mila abitanti com'era la Napoli di cento anni fa, nessuno badò all'inaugurazione del Pontano; fu un fatto silenzioso, evangelico si direbbe, insignificante come il gesto d'un granello di senape che si getta nel terreno; un episodio inosservato ed ignorato del tutto anche dalla stampa. Solo dopo qualche tempo, il giornale massonico-liberale "il Pungolo" riportava qualche trafiletto in tono critico e polemico, a cui peraltro rispondeva l'altro giornale d'ispirazione più moderata "la Discussione". Ciò che sorprende però è che l'avvenimento dell'inaugurazione fu ignorato persino dagli stessi Superiori e confratelli gesuiti: sicché protagonista ed unico attore di quella vicenda aurorale del Pontano fu solo lui, il P. Valente che, dopo aver maturato a lungo l'idea, sorvolando diffidenza e rischi, la realizzò affittando a sue spese la sede e reclutando il personale docente e non docente. In una monografia di storia pontaniana che risale a qualche decennio fa (1950), si legge: "I Superiori gesuiti pur non riprovando l'iniziativa, non credettero opportuno e prudente, per il momento, assumerne la responsabilità, e lasciarono al Padre (Valente) col merito dell'iniziativa anche l'incertezza della riuscita". Invece ricercando ancora un po' più indietro negli anni, in un antico manoscritto del P. Alfredo Mezza (testimone oculare ed auricolare di molti fatti per esser stato tra i primi alunni del Pontano), redatto perché "fosse riposto e custodito diligentemente nell'archivio del collegio, affinché sieno in grado di consultarlo tutti Nostri", abbiamo trovato che l'idea stessa dell'iniziativa, dal Padre "incessantemente vagheggiata", era stata scoraggiata ed osteggiata dai Superiori, e solo dopo reiterate e prudenti insistenze, essi lo avevano autorizzato ad effettuarla con le cautele già dette. Il P. Nicola Rillo, fine letterato e distinto educatore, assicura in una sua testimonianza che l'ultima spinta al P. Valente, venne da una singolare circostanza. Il P. Gaetano D'Amelio racconta P. Rillo fu invitato dai Padri Barnabiti ad intervenire ad una rappresentazione drammatica, svolta dai loro alunni nel collegio Bianchi, da poco sorto, a Montesanto, in un edificio che era stato cenobio carmelitano; disponendo il Padre di alcuni biglietti, ne diede uno al P. Valente che, nell'attraversare Piazza Montesanto e nell'assistere alla recita degli alunni, fu colpito sia dal movimento di gente, di carrozze, di famiglie che si creava intorno all'istituto sia dalle ottime prestazioni degli alunni, ed ammirando la costanza e la tenacia dei Padri Barnabiti che erano riusciti a dar vita ad una fiorente istituzione di educazione cristiana, si decise di fare altrettanto. E iniziò appunto nel seguente Novembre 1876, modestamente, nella località e nelle circostanze che già sappiamo.
Un particolare ancora va sottolineato a riguardo delle modeste origini dell'opera fondata dal P. Valente, e cioè che il primo nome che assegnò all'istituto fu quello di Silvio Pellico. Tale nome infatti poteva riuscire accetto ai confratelli ai quali ricordava la figura di Padre Francesco Pellico, fratello minore di Silvio, distintosi, qualche decennio avanti per l'apologia dell'ordine dei gesuiti, in tempi così ostili, insieme al napoletano P. Carlo Curci, di lui più brillante, nella polemica a "Il Gesuita moderno" di V. Gioberti; gradito quel nome poteva apparire anche a moltissime famiglie napoletane per i sentimenti di fede sincera del patriota piemontese, ed infine poteva piacere ai patrioti napoletani quali che fossero i loro atteggiamenti a riguardo della religione. Ma "il pio fondatore nota il cronista P. Mezza volle che questo nome valesse soltanto dinanzi al mondo (!), ma davanti alla Compagnia, volle che il collegio s'intitolasse del Sacro Cuore di Gesù, verso il quale egli nutriva gran devozione, e del quale sperava protezione per la difficile impresa a cui s'era impegnato". Nel Societatis Jesu catalogus provinciarum Italiae, ineunte anno 1977, a pag. 74, il Pontano è ancora denominato Neapolitanum Collegium SS. Cordis Jesu! Il titolo che cento anni fa gli dava "il pio fondatore", sfidando il positivismo imperante nella seconda metà del secolo XIX, e, in qualche modo, prevenendo i tempi.
La diffidenza dei Superiori per l'iniziativa del P. Valente, il loro assenteismo e il voler ignorare ufficialmente l'inaugurazione dell'istituto, si giustificano per più di una ragione. La prima delle quali è il clima di anticlericalismo, e spesso di aperta ostilità alla Chiesa la quale si traduceva in una legislazione sempre più restrittiva e vessatoria da parte dello Stato, si esasperava in condanne, carceri ed esili per arcivescovi e vescovi, fino a 60 in pochi anni, specie nell'Italia meridionale, e si andava aggravando e appesantendo dopo la breccia di Porta Pia, al punto che nel 1874 la Sacra Penitenzieria aveva dato autorevole sanzione alla formula di astensionismo politico escogitata già da tempo dai cattolici italiani: né eletti né elettori. In particolare per i gesuiti, a Napoli, continuava a soffiare vento di fronda. Cacciati già una prima volta nel 1848 al grido di "fuori il canagliume di Loyola", molti, di punto in bianco erano stati costretti all'esilio ; dodici anni più tardi, nel 1860, Garibaldi, cinque giorni appena dopo la sua entrata a Napoli, in qualità di dittatore aveva firmato il decreto di espulsione sequestrando case (per esempio la Conocchia), chiese (per esempio il Gesù Nuovo che i gesuiti riavranno solo a fine secolo) e beni dell'Ordine; di qui un secondo esodo per terre straniere vicine o lontane. Non pochi gesuiti tuttavia, specie i nativi di Napoli, riuniti in piccoli gruppi più o meno clandestini, sparsi qua e là, restarono in città, continuando ad esercitare il loro ministero, più o meno invisi od ignorati dalle autorità cittadine. Nel 1873, i massoni che anche a Napoli avevano in mano le leve del potere, nell'atrio dell'università per colmo di iattura proprio nell'edificio che una volta era appartenuto alla Compagnia avevano fatto murare una lapide marmorea, ancora oggi ben visibile, per ricordare il primo centenario della soppressione della Compagnia di Gesù, inneggiando a papa Clemente XIV che aveva emesso la bolla: da quale pulpito veniva la predica! Come s'è già accennato, dopo il decreto di dispersione del dittatore Garibaldi, parecchi gesuiti, più o meno clandestinamente, continuarono a lavorare in città; alcuni di essi esperti nell'apostolato dell'insegnamento, a titolo del tutto privato, organizzarono dei centri scolastici; ne sorsero alla distanza di pochi anni, tra il 1864 e il F69 tre o quattro, nei vari punti di Napoli, autonomi tra loro; ma ebbero vita grama e nel giro di pochi anni si estinsero tutti. Ora il P. Provinciale per dare un qualche contentino al P. Valente, lo autorizzò a realizzare un'istituzione analoga, anzi di livello inferiore, "raccogliere cioè soltanto pochi scolaretti di classi elementari, formando un istituto di si piccole proporzioni da sfuggire allo sguardo dei malevoli; quindi il tempo e l'esperienza consiglierebbero la risoluzione da prendere". Il compromesso nascondeva malamente la volontà di scoraggiare e frustrare completamente «l'ideale da lungo tempo carezzato» dal Padre, perché si prevedeva che l'iniziativa sarebbe finita in un fallimento come le precedenti esperienze. Così è chiarita la ragione per la quale Superiori e confratelli credettero opportuno non partecipare alla inaugurazione dell'istituto Silvio Pellico.
L'istituto si inaugurava con pochi alunni, ma resse così bene alle prove dei primi mesi che alla fine dell'anno scolastico 1877 fu necessario trasferirlo in una sede più vasta che fu il palazzo del barone Amatucci in via Tribunali 368. Cambiando residenza, P. Valente volle anche che l'istituto, mutasse il nome di Silvio Pellico in quello di Gioviano Pontano sia perché la nuova sede era stata abitazione del famoso umanista partenopeo sia perché voleva evitare che la popolazione del posto confondesse il suo con un piccolo istituto situato in quella zona chiamato anche Silvio Pellico e che proprio allora aveva chiuso i suoi battenti. Il collegio ed il convitto con sede a Palazzo Amatucci prosperarono a tal punto che dopo un triennio Ottobre 1880 si richiese un nuovo trasferimento. P. Valente, unico responsabile, affittò il palazzo Avellino, "non lungi dal Duomo". Il collegio ormai era al completo anche nelle classi liceali, con professori reclutati spesso dall'ambiente universitario e con le necessarie attrezzature scolastiche; i napoletani cominciavano a chiamarlo "il collegio dei gesuiti". Passati ormai 4 anni di prova, scongiurate le catastrofiche profezie di levata di scudi da parte di autorità civili contro i gesuiti, P. Valente si adoperò ancora una volta presso i Superiori perché la sua istituzione fosse riconosciuta come opera della Compagnia. Fin dalla fondazione aveva, finora inutilmente, reiterata un tale proposta. Il P. Valente con la sua opera si inseriva nell'alveo del rinnovamento culturale e cristiano già in atto recependo le esigenze dei nuovi tempi ed allineandosi con le attività benemerite che, a Napoli, già andavano lodevolmente svolgendo religiosi di varie congregazioni maschili e femminili, smentendo con i fatti l'accusa di oscurantismo e di nemica del progresso che allora si lanciava alla Chiesa dal liberalismo massonico. Religioni et bonis artibus era il motto a cui P. Valente voleva si ispirasse l'istituto Pontano. Egli si era reso ben conto che il collegio tradizionale, il così detto "Collegio dei Nobili" ormai era finito; i tempi nuovi richiederono opere nuove. L'articolo primo del Collegio dei Nobili di Napoli diceva che "Fper assecondare i fervidi desideri di Sua Maestà (il re di Napoli) sempre intento al pubblico bene dei suoi amatissimi sudditi, è aperto un Collegio di Nobili... approvato e promosso dalla munificenza della prelodata Maestà Sua". L'articolo secondo specificava che "il fine principale di questo Collegio è di allevare la Gioventù nobile nel santo timore di Dio, e però niuna industria è omessa, che si stimi conducente a questo importantissimo oggetto". Molto significativo era anche l'articolo settimo: "Per essere ammesso in questo collegio deve ciascuno dei convittori provare la nobiltà che risulta sia dal proprio casato, sia da cariche onorevoli esercitate una volta, o che tuttavia occupassero i propri parenti per via di autentici documenti da presentarsi antecedentemente insieme con la domanda di ammissione..." (Istruzione per chi desidera d'esser ammesso nel Collegio de' Nobili in Napoli, Stamperia all'insegna del Segneri. 1849). Il Pontano come invece lo "vagheggiava" P. Valente doveva essere un istituto con una finalità diversa, come scuola per tutti, a servizio delle famiglie e della società partenopea, con l'obiettivo essenziale di formare alunni non tanto ad una religiosità individuale "nel santo timore di Dio", ma soprattutto attraverso l'insegnamento e l'attività parascolastica, al pensiero e alla vita cristiana rivolti alla costruzione di una società migliore e più giusta, perché il cristianesimo è di natura sua, lievito e fermento che deve scuotere la massa. Ancora una volta la circostanza storica venne in aiuto al P. Valente perché il P. Mascalchi alla fine di quell'anno 1880 cedeva la carica di provinciale ad un padre nuovo venuto dal nord, Gioacchino Vioni che gli venne subito incontro riconoscendo ufficialmente il collegio come opera della Compagnia e nell'aprile 1891, nominandolo Vice-rettore, carica che P. Valente tenne per una decina d'anni, fino alla morte che lo colse nel 1892 all'età di 65 anni. Il primo Aprile 1886 si inaugurò la nuova sede del Convitto Pontano con la benedizione dei locali impartita dal Card. Sanfelice e con la solenne premiazione degli alunni del convitto e dell'esternato. La Conocchia aveva deposto il vecchio aspetto conventuale e s'era trasformata in un moderno palazzo signorile. P. Valente afflitto negli ultimi anni da un grave forma di diabete, e da una dolorosa artrite , non riuscì a riprendersi; accettò la morte col conforto dei sacramenti, presenti i confratelli ed i parenti. Egli ebbe l'intuito di sapere guardare al futuro, al futuro del suo collegio; si preoccupò infatti di due cose: renderlo funzionale con vasti locali e con attrezzature; dotarlo di personale qualificato. Riguardo al primo problema, allo scadere del contratto con i principi di Avellino, questi richiesero per uso privato il palazzo: P. Valente per la quarta volta dovette cambiar sede, affittando dopo ricerche, consulte e complesse cause civili il palazzo Winspehare in via Atri 37 «alquanto migliore delle precedenti sedi». Ma egli pensava ad una sistemazione definitiva del collegio con una costruzione ex novo nella via del Rettifilo che allora si stava costruendo in seguito allo sventramento della vecchia Napoli, tanto più che il suolo per edificare si acquistava a buon prezzo perché il Municipio desiderava vedere presto fiancheggiata di nuovi edifici l'importante arteria cittadina. Egli stesso, scrive il P. A. Stravino, aveva abbozzato uno schizzo orientativo della nuova costruzione. Avrebbe realizzato il suo disegno; purtroppo le forze ormai logore per contrasti e malanni non glielo permisero. P. Luigi Rossi S.J.

Il Nostro Modo di Procedere

La Pedagogia Ignaziana

La Compagnia di Gesù

Autobiografia Sant'Ignazio