>

artists in motion - Istituto Pontano

Vai ai contenuti

Menu principale:

artists in motion

News
Creando dialoghi
Nella regione tra le due catene montuose del Nord dell’Etiopia, dozzine di giovani rifugiati eritrei si sporcano di vernice. Passano le loro giornate realizzando dipinti in cui esprimono nostalgia per i propri cari che hanno perso, raccontano memorie traumatiche di persecuzione, e storie di famiglie e amici che hanno intrapreso il loro viaggio pieno di pericoli attraverso il deserto e il mare.
Mebrahtu, il loro insegnante di arte di 45 anni, li stimola nel creare opere d’arte che promuovano un cambiamento nella società.
«Dipingere mantiene la storia viva, trasmette racconti tra generazioni successive, ed esprime idee e sentimenti. Questi dipinti accrescono la consapevolezza, e possono evitare che accadano tragedie ad altre persone. Non c’è niente di meglio che creare questo tipo di dialoghi», egli dice.
Molti di questi artisti sono scappati dalle loro case in Eritrea dopo aver subito abusi, che vanno dalla tortura all’arruolamento forzato nell’esercito. Al loro arrivo in Etiopia hanno avuto solo una possibilità: accamparsi in un campo profughi per un tempo indefinito. Gli vengono forniti servizi di educazione di base, servizi sanitari e semplici abitazioni, ma le opportunità oltre a questi servizi di base sono praticamente nulle.
Con restrizioni nel cercare e trovare lavoro dovute a leggi molto restrittive, e con opportunità di ricevere educazione limitate, molti sentono che li aspetta un futuro triste, e decidono di partire percorrendo quella che è la più precaria rotta di emigrazione del mondo. Attraversano il deserto del Sahara, o del Sinai, e il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa o i paesi del Medio Oriente. Altri eritrei non passano nemmeno dai campi profughi in Etiopia, procedendo a Nord attraverso il Sudan immediatamente dopo la loro fuga.
Tutti loro credono che la speranza di trovare una nuova vita giustifichi gli inevitabili rischi di subire torture, di cadere vittima dei trafficanti e di morire lungo il viaggio. Per quelli che giungono a destinazione, il futuro in cui avevano sperato si mostra ben lontano dalla realtà che trovano. Le politiche restrittive adottate da molti paesi europei impediscono ai rifugiati di mettere le loro abilità al servizio della società.
Quelli che sono rimasti indietro nei campi profughi in Etiopia spendono il loro tempo chattando sui social media con i loro amici o parenti che ce l’hanno fatta, o rimpiangendo la perdita di quelli che invece non ce l’hanno fatta. Questi pittori raccontano le loro storie a nome delle persone che amano, con la speranza che la loro arte possa condurre a un cambiamento concreto.
«Molte persone hanno imparato dai miei dipinti. Alcuni piangono quando li vedono e comprendono quali difficoltà si incontrano durante il viaggio. Possono essere salvati comprendendo che non vale la pena di affrontare questo rischio», dice Filmon, un pittore di 16 anni.
Oltre a convincere i propri compagni rifugiati a non intraprendere viaggi così pericolosi, Filmon e gli altri artisti sperano che il loro lavoro inspiri legislatori e leader mondiali a produrre leggi che consentano ai rifugiati di vivere e viaggiare in modo più dignitoso.
Torna ai contenuti | Torna al menu